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Perché leggere Svevo

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Perché leggere... gli autori del Novecento

Giuseppe Iannaccone e Roberto Carnero ci spiegano i motivi per i quali è importante leggere alcuni dei più importanti autori della letteratura italiana del Novecento.

  1. Perché leggere Svevo – «Un manifesto della banalità borghese: accidiosa e laboriosa a un tempo, opportunista, comoda, cinica, priva di impennate, di eroismi, di istanti di autentico pathos». Davvero poco lusinghiero il ritratto che uno scrittore di oggi, Alessandro Piperno, fa di Italo Svevo. Eppure questo baffuto signore, all’apparenza gretto e calcolatore, è stato capace, per dirla con Eugenio Montale, di «sondare ben al di là delle parvenze fenomeniche dell'essere, in quella zona sotterranea e oscura della coscienza dove vacillano e si oscurano le evidenze più accertate». In altre parole, è stato uno dei più acuti indagatori dell’animo umano, specie quando questo si rifugia dietro banalità e pregiudizi per camuffare la sua inettitudine.
  2. Perché leggere Pirandello – L’intera opera di Luigi Pirandello ruota attorno a una tanto amara quanto acuta consapevolezza: l’essere umano – diviso tra ciò che vorrebbe essere e ciò che le convenzioni sociali e i pregiudizi gli impongono – non riesce più a trovare la sua identità e vive rinchiuso dentro una maschera, da cui non sa liberarsi. Pirandello, però, ha trovato un’arma nell’umorismo, con cui prima coglie i paradossi e ne sorride, e poi li rielabora scatenando un “sentimento del contrario” molto più profondo e catartico. Roberto Carnero ci presenta oggi questo scrittore, che, da un remoto paesino siciliano, ha traghettato la letteratura italiana nella modernità europea.
  3. Perché leggere Ungaretti – «I giorni e le notti / suonano / in questi miei nervi / di arpa. // Vivo di questa gioia / malata di universo / e soffro / di non saperla / accendere / nelle mie / parole». Queste parole sono state scritte 124 anni fa da un soldato in un paesino del Friuli-Venezia Giulia, ma ciascuno di noi le sente ancora attualissime e vibranti. Il soldato si chiamava Giuseppe Ungaretti: ce lo presenta in un breve video Roberto Carnero.
  4. Perché leggere Montale – «Vedi, in questi silenzi in cui le cose / s’abbandonano e sembrano vicine / a tradire il loro ultimo segreto, / talora ci aspetta / di scoprire uno sbaglio di Natura / il punto morto del mondo, l’anello che non tiene, / il filo da disbrogliare che finalmente ci metta / nel mezzo di una verità» (I limoni). Una poesia fatta di «versi senz’aria» e «parole disseccate» (Momigliano), ridotte all’osso, che affronta la durezza della realtà con occhio cinico e vi trova degli spiragli di salvezza.
  5. Perché leggere Calvino – A una classe di studenti di Pesaro che nel 1983 gli chiese perché scrivesse, Italo Calvino rispose così: «Posso dire che scrivo per comunicare, perché la scrittura è il modo in cui riesco a far passare delle cose attraverso di me, delle cose che magari vengono a me dalla cultura che mi circonda, dalla vita, dall’esperienza, dalla letteratura che mi ha preceduto […]. È per questo che scrivo. Per farmi strumento di qualcosa che è certamente più grande di me e che è il modo con cui gli uomini guardano, commentano, giudicano, esprimono il mondo: farlo passare attraverso di me e rimetterlo in circolazione». Ecco perché Calvino indossa i panni del piccolo Pin, e poi quelli di un visconte diviso a metà, e ancora quelli di Cosimo Piovasco di Rondò che sceglie di vivere sugli alberi, o quelli del signor Palomar, o di Qfwfq nelle Cosmicomiche, o di Marco Polo o di uno scrutatore del Cottolengo. Innumerevoli punti di vista per sfidare quel gran labirinto che è il mondo e per raccontarcelo.
  6. Perché leggere Pasolini – È un essere proeiforme, Pier Paolo Pasolini: come spiega Roberto Carnero, può essere “etichettato” come scrittore, regista, giornalista, critico letterario e cinematografico… Ma tra tutte le definizioni che gli si addicono forse la migliore è quella di poeta, citando le sue stesse parole: «L’uomo tende a addormentarsi nella propria normalità, si dimentica di riflettersi, perde l’abitudine di giudicarsi, non sa più chiedersi chi è. È allora che va creato artificialmente, lo stato di emergenza: a crearlo ci pensano i poeti. I poeti, questi eterni indignati, questi campioni della rabbia intellettuale, della furia filosofica». Un’altra etichetta che gli calza a pennello è quella di “profeta”, non perché predice il futuro come un chiromante, ma perché, come osserva il critico Luca Doninelli, «dice le cose come sono e, quindi, ci aiuta a capire anche come saranno». Non vuoi sapere qualcosa di più sulla “storia sbagliata” (per dirla con De André) di questo acutissimo intellettuale?

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